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Le costruzioni a secco permettono di assemblare pareti, contropareti e controsoffitti con viti e profili metallici, senza aggiungere acqua all’impasto né attendere che il materiale faccia presa. Questo consente di evitare operazioni complesse che allungano i tempi di cantiere e creano disagi quando si opera, per esempio, all’interno di una casa abitata. In questi casi, infatti, non si può spostare un tramezzo in muratura senza demolire, il che comporta vari disagi, tra cui sacchi di macerie che si accumulano e settimane di attesa prima di poter pitturare.
Con il montaggio meccanico, invece, la stanza torna agibile in pochi giorni. Il materiale che ha reso ordinario questo approccio nei cantieri italiani è il cartongesso, o più correttamente la lastra in gesso rivestito.
In questo articolo, noi di Zantedeschi con sede a Verona, spieghiamo come si compone una parete a secco, quali lastre esistono e in quali interventi il sistema rende più della muratura.
Una parete a secco si regge su tre fattori interdipendenti:
la struttura, un’orditura metallica in acciaio zincato, con guide fissate a pavimento e soffitto e montanti verticali inseriti a interasse regolare, di norma 60 cm;
il rivestimento di lastre di cartongesso avvitato sullo scheletro. Ogni elemento ha uno spessore standard di 12,5 mm, in singolo o doppio strato per lato;
il materiale isolante, in genere lana minerale o fibra di legno, che viene inserito nell’intercapedine fra i due paramenti in modo che passino cavi elettrici e tubazioni senza bisogno di tracce nel muro.
La lavorazione si chiude nastrando e stuccando i giunti, poi la superficie è pronta per pittura, piastrelle o listelli. La parete così realizzata è leggera, intorno ai 25-30 kg/mq, e con uno spessore di un centinaio di millimetri. Un tramezzo in laterizio intonacato sarebbe molto più pesante e spesso, con un impatto strutturale notevole.

Foto di Gyproc
La norma UNI EN 520 distingue le lastre secondo un indice alfabetico che ne categorizza la prestazione, il che permette di selezionare il prodotto giusto in base all’impiego:
la lastra di tipo A è quella comune, adatta a pareti e contropareti in ambienti asciutti;
il tipo H ha capacità di assorbimento d’acqua ridotta e si riconosce dal colore verde; indicato per il bagno, in lavanderia e nei locali interrati;
il tipo D ha densità controllata superiore a 800 kg/m³ e regge meglio urti e fissaggi;
il tipo F contiene fibre minerali che ne rallentano il degrado sotto la fiamma, quindi entra nelle stratigrafie con requisiti di resistenza al fuoco;
il tipo I offre durezza superficiale elevata, utile dove il muro prende colpi: corridoi, scuole, ambienti aperti al pubblico.
Molti articoli in commercio riuniscono più caratteristiche e riportano una sigla composta, ad esempio DFH1IR. Sugli spessori la scelta è più semplice: 12,5 mm copre la gran parte delle applicazioni, i 15 mm occorrono quando si richiede una massa aggiuntiva o prestazioni ignifughe più alte.
Nelle ristrutturazioni i sistemi a secco si concentrano su tre lavorazioni ricorrenti, che rispondono a esigenze diverse pur condividendo la stessa logica di montaggio. La prima, forse la più comune e nota, è la parete divisoria: interviene sulla distribuzione interna, quando si vuole ricavare una cabina armadio, dividere una camera troppo grande o chiudere un disimpegno rimasto inutilizzato.
Poi c’è la controparete, che si applica contro una muratura esistente per correggerne il comportamento termico o acustico senza demolirla. Questa è la risposta che si adotta più spesso quando il muro perimetrale disperde calore e conviene aggiungere un isolante termico sul lato interno.

Foto di Pinterest
Infine, si può realizzare il controsoffitto: questa installazione abbassa la quota del solaio per nascondere impianti e canalizzazioni, ospitare faretti a incasso o recuperare qualche grado in un sottotetto freddo.
A queste tre applicazioni se ne aggiunge una meno evidente, che riguarda gli edifici storici o sottoposti a vincolo: una struttura avvitata può essere smontata e rimossa lasciando la muratura originale intatta, cosa che un intervento a umido non consente.

Foto di Pinterest
Nelle costruzioni a secco il comportamento acustico dipende dalla composizione della parete più che dal suo spessore complessivo, il che spiega perché soluzioni all’apparenza simili diano risultati molto distanti fra loro. Da sola, una lastra standard da 12,5 millimetri garantisce un potere fonoisolante intorno ai 35 dB, valore che sale a 52-55 dB raddoppiando lo strato per lato e riempiendo l’intercapedine con lana minerale, mentre una parete a doppia orditura indipendente arriva a superare i 60 dB: prestazioni che un tramezzo tradizionale di pari spessore difficilmente raggiunge.
Il riferimento normativo è il D.P.C.M. 5 dicembre 1997, che per i divisori fra unità immobiliari distinte negli edifici residenziali richiede un indice di potere fonoisolante apparente R’w di almeno 50 dB. Su questo valore agiscono due ordini di fattori. Il primo è la stratigrafia, cioè il numero di lastre e soprattutto il tipo di isolante impiegato, dato che a parità di spessore, isolanti acustici di densità e struttura diverse assorbono le onde sonore in misura molto variabile. Il secondo è la posa, che può vanificare una stratigrafia corretta quando mancano i nastri desolidarizzanti sotto guide e montanti, i perimetri non vengono sigillati o le scatole elettriche restano affacciate nello stesso punto sui due lati.
Rispetto alla muratura, le costruzioni a secco guadagnano prima di tutto sul tempo, perché un tramezzo si monta e si rifinisce in un paio di giorni, mentre la stessa parete in laterizio richiede intonaco e settimane di asciugatura prima della pittura. Ne deriva un cantiere più pulito, che produce ritagli asciutti invece di macerie e acqua sporca, e la possibilità di lavorare in un’abitazione che resta occupata per tutta la durata dell’intervento.
Segue la leggerezza, che rende possibili interventi altrimenti esclusi su solai già caricati, nei sottotetti e negli ampliamenti dove ogni chilogrammo incide sul calcolo strutturale. Un terzo vantaggio riguarda gli impianti, dato che cavi, tubi e scatole trovano posto nell’intercapedine senza bisogno di scassi e una modifica successiva si esegue smontando una lastra anziché riaprendo il muro.
Restano alcuni limiti da considerare in fase di progetto. I fissaggi pesanti, dai pensili della cucina alla caldaia, richiedono tasselli a molla o a espansione, oppure un rinforzo in legno o metallo da predisporre durante il montaggio dell’orditura. Il gesso, inoltre, teme l’acqua stagnante, motivo per cui negli ambienti umidi la lastra idrofuga non è un’opzione ma una scelta obbligata. Dove servono massa, inerzia termica o un rivestimento in pietra o mattoni a vista, la muratura tradizionale resta la soluzione più adatta.
Se stai pensando di utilizzare il cartongesso per la tua prossima costruzione, contattaci e individueremo la stratigrafia più adatta al tuo intervento. Ti aspettiamo nel nostro negozio in provincia di Verona.
Il prezzo dipende da pochi elementi: numero di lastre per lato, tipo di lastra, presenza e spessore dell’isolante, altezza della parete ed eventuali requisiti di fuoco o acustica da certificare. Una divisoria a lastra singola in ambiente asciutto sta sulla fascia bassa, una parete acustica a doppia orditura può costare anche il triplo. Conviene farsi quotare la stratigrafia completa, non la singola lastra.
Con i tasselli specifici a molla o a espansione una lastra singola sostiene carichi dell’ordine di qualche decina di chilogrammi per punto, sufficienti per mensole, quadri e televisori di media dimensione. Per pensili della cucina, caldaie e sanitari sospesi serve invece un rinforzo interno in legno o un profilo metallico, da posizionare prima di chiudere la parete.
Sì, a patto di scegliere la lastra idrofuga di tipo H per tutto il locale. Nelle superfici a contatto diretto con l’acqua, come la zona doccia, si passa a una lastra cementizia e si applica una membrana impermeabilizzante prima di posare le piastrelle, con la stessa logica descritta per l’impermeabilizzazione di terrazzi e balconi.
Modificare la distribuzione interna senza intervenire sulle strutture portanti rientra di norma nella manutenzione straordinaria e richiede una CILA. Inoltre, bisogna aggiornare la planimetria catastale a lavori conclusi. Le regole variano da Comune a Comune, quindi il primo passo è la verifica preventiva presso l’ufficio tecnico preposto.
Il cartongesso ha un’anima in gesso rivestita da due fogli di cartone. Il fibrogesso impasta il gesso con fibre di cellulosa in tutto lo spessore, senza rivestimento: è più denso, tiene meglio i fissaggi e migliora l’isolamento acustico a parità di spessore, a fronte di un costo superiore e di una lavorazione un po’ più impegnativa.